Giunti a Ferrara ci trovammo nel bel mezzo di un turbine vorticoso di biciclette. L’architettura medioevale della piazza, il riottoso pavé, gli austeri bugnati, evocarono in me l’atmosfera dei tornei cavallereschi ove i cicli sostituivano i destrieri, le sporte della spesa e le cartelle appese ai manubri, gli scudi, gli ombrelli le lance. Si fece impellente il bisogno di abbandonare l’auto per poterci unire a quell’improvvisato, curioso, palio: non potevamo parteciparvi tout court, vista la tracotanza del nostro SUV 3000 diesel, assimilabile più a un tank assettato per la guerra del golfo, che a una biga bardata per l’equivalente ferrarese della giostra del Saracino. Detti una rapida scorsa alla guida turistica aperta al capitolo recettività alberghiera. Sarà stato per l’assonanza del nome con quello di una contrada senese protagonista del palio dell’Assunta, o, per la mia pigrizia, così incline a sposarne la sua straordinaria vicinanza alla piazza, che la mia attenzione subì una magnetica attrazione per l’hotel “Annunziata”: una sorta di colpo di fulmine sulla “via del damasco”, dei suoi parati, delle sue moquette, dei suoi divani. Era proprio lì, a due passi dal castello estense, ammiccante nel blasone delle sue 4 stelle ad “annunziarsi”. Scesi dall’auto per interrogare il ricevimento sulla disponibilità di una camera doppia . Il tono fu garbato nel dissimulare una impercettibile nota di rammarico . L’hotel era quasi al completo e non v’era più la possibilità di alloggiare , per 2 notti consecutive , in camera matrimoniale, nella struttura centrale ; tuttavia mi venne sollecitamente proposta una soluzione alternativa che , al di la dei primi , forse giustificabili dubbi , si sarebbe rivelata ancora più gratificante . Mi venne proposto di soggiornare , senza costi aggiuntivi , in una sorta di lussuosa dependance , un palazzo medioevale del ‘300, completamente ristrutturato , che costituiva , a tutti gli effetti un ampliamento distaccato dell’hotel Annunziata . Si trattava di palazzo Prisciani , a 150200 metri di distanza , trasformato in complesso residenziale e composto di 6 suite : uno straordinario esempio di recupero conservativo , un mix di arte , tecnologia e design , coniugati nel rispetto dell’ambiente, della tradizione e della cultura del territorio . Laura ed io fummo entusiasti e , ricevuto il voucher che , esposto sul parabrezza , ci consentiva di posteggiare nella zona blu a traffico limitato per i 2 giorni di nostra permanenza , all’unisono ci esprimemmo nella scelta a favore della suite n°2 . Da quel momento l’auto non ci sarebbe più servita , avevamo a disposizione , in qualità di clienti dell’ “Annunziata” , compresa nella ricca dotazione dei servizi, una bicicletta modello California , pressoché nuova fiammante , con tanto di catena e lucchetto in colori coordinati . Scaricati i bagagli , prendemmo possesso del nostro alloggio . Uno splendido monolocale soppalcato e con le travi a vista . L’altezza considerevole della volta solleticava la nostra immaginazione , che , avendo ancora negli occhi l’imponente scalone e le svettanti torri merlate del castello estense , operava l’ardita trasposizione con la scala d’accesso al soppalco , l’austera travatura lignea , i frammenti superstiti d’un affresco di soggetto cavalleresco , inducendoci all’uso vicendevole degli appellativi più consoni di Madonna Laura e Messer Ermanno . Disfacemmo le valigie sperando invano di rinvenirvi vestimenti degni di tanto lignaggio . Dopo un attento inventario ci rassegnammo ad adottare delle Tshirt Lacoste , il cui emblema , il celeberrimo coccodrillino , costituiva l’unica possibile lieson con un elemento del maniero : il fossato attraversato dal ponte levatoio . Montati sulle rispettive biciclette , imbattutici nelle iniziali difficoltà della inconsueta soma ,abbinata con l’altrettanto insolita pavimentazione , cogliemmo finalmente il nesso con l’intonazione yankee di quel modello California , sorpresi a cimentarci più in un rodeo , che nelle cavalleresche tenzoni d’un medioevale cimento . Ciononostante non fummo disarcionati , riuscendo a scorrazzare in lungo e in largo per quelle antiche contrade . Compimmo brevi soste a rifocillare sia le fauci , assetate per i liquidi dispersi col sudore , che gli animi , bramosi di fare incetta di arte e cultura , mai così a portata di pedalata e senza l’assillo di un parcheggio . Rientrammo al tramonto per un breve riposo , una doccia e un cambio d’abiti prima di cena . Nei nostri occhi riluceva lo splendore delle opere d’arte incorniciate dal prezioso bugnato del Palazzo dei Diamanti , il fascino da Bella Epoque delle dame ritratte da Boldini , mentre , un sorriso di intimo e intrigante compiacimento , affiorava sui nostri volti nel rievocare la sottile ironia intellettuale insita nel suo stesso appellativo , quanto nell’intuizione progettuale di Palazzo Schifanoia . La serata trascorse all’insegna dei piaceri della cucina emiliana fatta di antiche ricette , dove i tortelli , da sempre , rivestono il ruolo dei tasselli di un mosaico , inamovibili al pari delle pietre d’un bugnato , dei cubetti in porfido dei pavé, delle formelle in cotto dei decori , nello sfoggiare un’arte enogastronomica che s’identifica con la provincia italiana e che non ha eguali nel resto del mondo. Rientrati a tarda sera a palazzo Prisciani , suite n°2 , non ci fu bisogno di azionare interruttori : al passaggio , lungo i corridoi , di Madonna Laura e Messer Ermanno , le luci s’accendevano per incanto , come se lor signori , stessero passando in rassegna due picchetti d’onore invisibili , costituiti da cariatidi e telamoni , schierati su opposti versanti , addossati alle pareti e brandenti una sfavillante torcia di luce alogena . La stanchezza si era impossessata delle nostre gambe e ancor più dei nostri piedi , al punto da far ignorar loro , la sfida d’un calzino lanciato , a mo di guanto , verso il fondo del letto . Esisteva solo più la dimensione orizzontale , e , fu proprio quella , a favorire il prolungamento ideale del viaggio , della sfida all’oblio , sull’onda della fantasia e della rievocazione di altri viaggi , di altre città , di altre atmosfere in altri hotel , per lo più dimenticati , forse perché , al contrario di questo , poco caratterizzati . Stando distesi lo sguardo si diresse al soffitto , ma , a quel punto , l’epilogo della serata si arricchì di un protagonista imprevisto , un elemento peculiare di quell’ambiente , che lo distingueva forse più di ogni altro, donandogli un tocco di metafisico : il lampadario, o meglio , l’oggetto collocato al centro della volta ove , abitualmente , viene posto il lampadario . Si trattava di una creazione artistica priva della funzione di illuminare l’ambiente : non possedeva lampadine , ne faretti alogeni e neanche led a basso consumo , ciononostante , diffondeva una luce destinata ad impattare le corde dello spirito , della fantasia , della sensibilità artistica , incapace di consumare energia , ma , fonte essa stessa di energia . Si stagliava al centro della stanza , sospesa ad un filo sottilissimo , invisibile ad una prima sommaria occhiata , ed individuabile più su base razionale che per una sua reale consistenza materica . La sagoma ricordava un pesce stilizzato , un graffito paleocristiano , delineato nettamente nel perimetro , vuoto nel corpo ; l’estremità cefalica terminava ad angolo acuto e , in quel punto, si innestava un’elica a tre bracci dalla foggia curiosa , asimmetrica , dove due dei tre raggi erano ravvicinati e il terzo discosto da essi , senza , anche agli occhi di un profano , alcuna giustificazione di carattere scientificotecnologico o di equilibrio costruttivo. Lo si poteva considerare come un aereo zoomorfo con reminescenze futuriste . La struttura era leggerissima e ben equilibrata , ogni minimo spostamento d’aria nell’ambiente esercitava un influsso su di esso , imprimendogli un minimo movimento , rotatorio nelle fasi di quiete ,oscillatorio e al contempo rotatorio , quando si generava uno spostamento d’aria nella stanza a causa dei nostri andirivieni o per gli spifferi all’apertura di porte e finestre . Laura , esausta per la fatica del viaggio, sommata a quella prodotta dall’insolito esercizio cicloturistico di quel pomeriggio , si addormentò . Io restai come ipnotizzato da quella sorta di magico pendolo di Foucault , e , nella penombra calda delle abatjour , sognai ad occhi aperti , aggrappato a quella fusoliera e sospeso in un fluido con caratteristiche ibride tra quelle di un gas e quelle di un liquido . Quel viaggio metafisico fece tappa in sette capitali che avevo visitato nel corso della mia vita . Le passai in rassegna a volo d’uccello , in un flash back dalle feconde valenze emozionali. Non riuscii a prendere sonno , eccitato dallo sfarfallio dei fotogrammi virtuali . Scesi , o meglio salii , a bere un bicchiere d’acqua : mi accorsi che avevo dimenticato la bottiglia sulla scrivania in cima al soppalco . Percorsi la rampa , raggiunsi la postazione , mi sedetti e mi dissetai ; avevo dinnanzi , in standby , un meraviglioso i MAC , un’altra opera d’arte perfettamente inserita in quel contesto ; lo accesi e, senza averne coscienza , iniziai a scrivere …
“EMOZIONI DI VIAGGIO IN 7 CAPITALI”
Dei tre viaggi a Istanbul cosa mi resta nel cuore ? Non le magnificenze del palazzo del Topkapi , non i tondi a fondo oro coi versetti del corano di Santa Sofia , non lo svettare dei 6 minareti della Moschea Blu , non l’intenso odore speziato di un’umanità indaffarata nel gran bazar coperto ; ma due emozioni indelebili : la maestosa campata del ponte a scavalcare il Bosforo , unione di due civiltà , e quella più intima e profonda , rovesciata e sommersa nelle acque trasparenti dell’ipogeo della grande cisterna : la testa di Medusa . Quelle chiome sinuose , serpi annegate , apparentemente rese innocue , quegli occhi spenti in un lago di lacrime , versate dalle vittime del suo mito , quel fascino intatto , ancora ammiccante nella trasparenza diamantina dal fondo della polla di Narciso.
Cosa mi resta dei tre viaggi a Londra? Non lo scandire solenne delle ore ai piedi del Big Ben, non l’apparente , confidenziale , accessibilità agli appartamenti del potere al n°10 di Downing Street , non la grande ruota panoramica sul Tamigi , non il profilo turrito , da cartolina ,del Towers Bridge , non l’austera cancellata di Buckingham Palace ; ma la snella discesa di uno scoiattolo da un albero in Hyde Park , accorso a cogliere l’offerta di noccioline dalle nostre mani ; il vorticoso carosello a Picadilly Circus delle aspiranti prede di un dardo sfuggito all’arco del Cupido bronzeo , signore della piazza ; lo splendore cromatico del celeste manto che , per mano del Grande Vecchio , il tempo , ci svela il candore della nudità di Venere baciata da Amore , nell’allegoria del Bronzino , custodita alla National Gallery ; il sacrificio architettonico , quasi una citazione manzoniana , tradotta sostituendo al coccio il marmo e al ferro il cemento , per la cattedrale di Saint Paul : un Don Abbondio tramutato in tempio e sormontato dai grattacieli della City ; la rassicurante bonaria figura di Winston Churchill con l’immancabile sigaro ai piedi del cui monumento ancora se ne aspira il penetrante olezzo .
Cosa mi resta dei due viaggi ad Amsterdam ?Non l’ordinato reticolo di canali , imitazione , in tono più freddo e sobrio , di quello veneziano ; non le vetrine ammiccanti e trasgressive del quartiere a luci rosse ; non il tratteggio cromatico del paesaggio , proposto con folle freschezza , sulle tele , da Van Gogh ; ma la gentilezza schietta delle ragazze , dalle bionde chiome raccolte nei copricapo arancione , inclini a posare con noi in una foto ricordo , a offrire un aiuto non richiesto , ma implicito nella consultazione di una piantina della città ; il profumo dolciastro di marijuana che mi colse passando davanti ai caffè ; l’assieparsi fittofitto delle vecchie case , strette come a riscaldarsi , avvolte a comporre un fascio di svettanti tulipani , tenuti insieme da un graticcio di traverse in legno disegnanti una scacchiera , dove le nubi fanno una breve sosta riflessiva nei lindi vetri delle finestre in attesa della prossima mossa di Eolo .
Cosa mi rimane nel cuore dei weekend parigini ? Non la ferrovia per il cielo della Tour Eiffel che ha trasferito nel viaggio di ritorno una trionfale etoile al centro città facendone una straordinaria piazza ; non la romantica ninna nanna sulla Senna a bordo dei bateaux mouche ; non l’avveniristica cittadella satellite della Défense ,al cui solo ricordo ,un brivido di freddo scuote ancora il mio animo in preda alle vertigini ; non il candore olimpico del Sacre Coeur a Montmartre con la sua cupola da Campidoglio , sacro parlamento , ideale sede d’incontro tra un brusio di preghiere in ascesa dal basso e un sussurro rassicurante e paterno in discesa dall’alto ; ma la gentile , scapigliata siluette di un artista di strada che ritrae la sua piccola modella colta tra i passanti ; la luce convogliata dalla piramide di vetro rovesciata nell’ipogeo della hall del Louvre ; l’obelisco nato dalla fusione dei cannoni napoleonici al centro di Place Vendome , un collo così snello da anelare ad una testa di luna piena , con l’elegante gorgiera collocata lassù , sui tetti ,da monsieur Mansarde a raccordare, in colletto ottagonale ,la sommità dei palazzi , per un capolavoro degno del genio artistico di Modigliani .
Cosa mi resta dei ripetuti viaggi a Berlino ? Non la solennità imperiale della porta di Brandeburgo , non il frammentario sopravvivere di macerie del muro lungo il suo originale perimetro , impresso al suolo con traccia indelebile ; non l’urlo futurista del Sony Centre , non il triste contrasto tra i quartieri est e ovest , non il “Dente Cariato” a eterna memoria di una sventurata “devitalizzazione” della civiltà ; ma il quieto passeggiare di giovani redenti sotto i tigli del romantico boulevard “Unter Den Linden” ; l’astuzia testimoniata dagli ingegnosi stratagemmi per varcare il muro e ricongiungersi coi propri affetti , messi in opera dai berlinesi d’oltre cortina , raccolti nel museo del muro ,nei pressi del “checkpoint Charlie” ; la meravigliosa allegoria “Omnia Amor Vincit” dell’irridente e sfrontato Cupido caravaggesco , trionfante profanatore delle arti , custodito alla Gemalde Gallery ; il monumento alla Shoah allestito dirimpetto al Bundenstag con l’unica nota di vita e di speranza rappresentata da quell’alberello soffocato dai parallelepipedi di grigio granito .
Cosa mi rimane nel cuore dei brevi soggiorni a Vienna ? Non l’asburgica signorilità eclettica dei palazzi affacciati lungo il Ring ; non il luccichio aureo del grazioso monumento a Mozart ; non il plumbeo riflesso delle acque del Danubio ; non la magnificenza delle 250.000 tegole smaltate del tetto della cattedrale di Santo Stefano ; non gli spazi infiniti dello Schönbrunn e l’opulenza architettonica dell’Hofburg ; ma il mistero di una passeggiata lungo il vialone che sale al Belvedere , con un indovinello proposto ogni venti metri dalle sfingi , fino alla verifica delle soluzioni , una volta entrati nello scrigno d’arte dell’ Osterreichische Galerie : prima , al cospetto della fiabesca decorazione dei personaggi di Klimt , trasposizione nell’iconografia mitteleuropea dell’immaginario orientale di cui è intriso”Il fiore delle mille e una notte”; poi,di fronte all’intima essenza d’umanità espressa nella sofferta anatomia dei corpi da Egon Schiele ; infine , tuffati nella introspezione psicoanalitica , in oleosa stesura , sulle tele di Oskar Kokoschka . Risolti i quesiti della sfinge , m’è di conforto la dolce discesa del vialone sul versante opposto a quello d’entrata , godendo di una profumata sosta nel gazebo di rose rampicanti e nelle aiuole del parco degradante verso la città , prima di un romantico appuntamento serale con la principessa Sissi , da celebrare gustando una fetta di “sacher torte” nella sala da te dell’omonimo hotel .
Cosa mi sopravvive nel cuore dopo le brevi vacanze spagnole a Madrid ? Non le arene , sanguinosi monumenti conosciuti come “Plaza de Toros” ; non le corride con la vista offuscata dal sangue , ma ampi corridoi di fuga verso la luce dell’Arte e della Letteratura ,dove ai tori si sostituiscono i mulini a vento di Cervantes , alle banderillas le stampelle , ai rossi mantelli gli orologi molli di Salvador Dalì . Non le ampie avenidas animate più di notte che di giorno per l’incessante movida . Non lo shopping globalizzato degli opulenti grandi magazzini “El Corte Ingles” ; ma un panino di prosciutto serrano consumato a passeggio per Plaza Major in compagnia della persona amata ; una sosta sulla balconata vetrata della hall nella stazione ferroviaria Atocha mentre all’esterno imperversa un temporale che rende surreale l’ambientazione : al centro il lussureggiante giardino tropicale irrigato da zampilli artificiali , nelle nostre orecchie il fitto ticchettio della pioggia , un leggiadro passo di flamenco in punta di tacco , scandito da nacchere celestiali . Sul braccio destro della balconata un complessino musicale intrattiene i passanti con le note di “Imagine” di John Lennon , mentre , sul versante opposto , una persona anziana si affanna nella ricerca di un documento smarrito , aiutato da una giovane coppia , china sul suo bagaglio aperto .La mia mente ha un flash e viene trascinata nel vortice d’un’emozione impetuosa che mi proietta al museo del Prado , al cospetto del trittico di Bosch “Il giardino delle delizie” : il pannello centrale con la fontana della giovinezza , quello di destra con l’inferno musicale , quello di sinistra con Dio in compagnia di Adamo ed Eva … Strane coincidenze , esperienze irripetibili , capaci di convincermi sempre più della magia di alcuni luoghi e che il viaggiare è intrinsecamente magico : gli ingredienti , tempo e spazio , sono racchiusi in un impasto dove la fantasia è lievito , la curiosità condimento , l’emozione il suo impareggiabile aroma .
Accesi la stampante , impostai l’anteprima di stampa e detti l’ok , volevo far leggere a Laura , al suo risveglio , quegli appunti di viaggio e , al contempo conservarne il ricordo . Radunai i fogli in successione numerica crescente, e , con mia grande sorpresa , vidi che il numero di pagina appariva inscritto , anziché tra le consuete parentesi , all’interno di un’icona stilizzata che non esitai ad identificare con la scultura aerea sospesa sul letto ; inoltre , sempre più esterrefatto , mi accorsi che la numerazione non andava da 1 a 7 , come mi sarei aspettato , ma da 75 a 82 . Controllai la bottiglia da cui avevo bevuto pocanzi , nel fondato sospetto che contenesse acquavite anziché minerale . Mi sollevai e mossi alcuni passi con circospezione . L’andatura era ferma , la postura composta e consona ad un Messere travestitosi , a tarda sera , da menestrello , un po’ assonnato , ma , inequivocabilmente sobrio . Scesi le scale del soppalco e raggiunsi ,senza far rumore, il mio lato del letto . Mi infilai sotto le coperte , e, prima di spegnere la luce , volli riporre i fogli , ancora tiepidi di stampa , nel cassetto del comodino . Il tiretto si aprì senza scricchiolii di sorta e scorsi al suo interno 2 volumi: una edizione del Vangelo elegantemente rilegata e , poco discosto, un piccolo tomo il cui titolo , a caratteri aurei , attirò quel che sopravviveva della mia attenzione . Aveva un nonsochè di familiare : “Magiche atmosfere d’Hotel”Autori vari ; in basso la scritta “Un invito alla lettura omaggio per i signori clienti”. Lo aprii guidato da un segnalibro , un cartoncino plastificato con la scritta EUREKA , e , a pagina 75 , dopo aver pulito le lenti degli occhiali ed essermi stropicciato gli occhi al punto di farmi male , sbalordito , lessi l’intestazione del capitolo : “Emozioni di viaggio in 7 capitali” . A pagina 82 la firma con due iniziali maiuscole : E.C. Basito nello spirito e stremato nelle membra , lasciai cadere il capo sul cuscino , inspirai profondamente quell’atmosfera surreale e diedi un’ultima occhiata alla scultura : l’elica stava girando vorticosamente , quasi fosse motorizzata , il suo soffio sfiorò la mia fronte in una carezza che assecondò la chiusura delle palpebre… Piombai in un lungo sonno ristoratore . Sopravviveva nell’atmosfera soffusa della stanza il fantasma di un ultimo interrogativo , materializzato in un frammento d’affresco a parete , dove , isolato dal resto della figura , andata completamente perduta , si intravedeva la voluta metallica di uno sperone spuntare da una calzatura infilata in una staffa , ad evocare , reclinato , il ricciolo di un punto di domanda : «Chissà se sarei riuscito ad esorcizzare il checkout che ci attendeva di li a poche ore e prolungare quel nostro così intrigante soggiorno ?».

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