Mi sono accinto più volte a scrivere queste mie memorie, e uno strano sentimento misto di
terrore e di angoscia mi ha distolto sempre dal farlo. Una profonda sfiducia si è impadronita di
me. Temo immiserire il valore e l’aspetto delle mie passioni, tentando di manifestarle; temo
obbliarle tacendole. Perché ella è cosa quasi agevole il dire ciò che hanno sentito gli altri - l’eco
delle altrui sensazioni si ripercuote nel nostro cuore senza turbarlo - ma dire ciò che abbiamo
sentito noi, i nostri affetti, le nostre febbri, i nostri dolori, è compito troppo superiore alla
potenza della parola. Noi sentiamo di non poter essere nel vero. Ho pensato spesso con gioia
alla rovina che il tempo va facendo alle mie memorie; piú spesso vi ho pensato con dolore.
Dimenticare! È uccidersi, è rinunciare a quell’unico bene che possediamo realmente e
impreteribilmente, al passato. Ché se si potessero dimenticare soltanto le gioie, forse l’oblio
potrebbe essere giustamente desiderato; ma dei nostri dolori noi siamo superbi e gelosi, noi li
amiamo, noi li vogliamo ricordare. Sono essi che compongono la corona della vita. Il passato è
la misura del tempo che abbiamo percorso, la misura di quello che ci rimane a percorrere.
Perciò noi lo teniamo caro, perché ci fa fede dell’accorciarsi progressivo dell’esistenza.
Un’avidità febbrile di morire affatica inconsciamente gli uomini. Chi vorrebbe tornare indietro
un’ora, un minuto, un istante nella sua vita? Nessuno; e pure si ama, e si rimpiange questo
passato che si ha orrore di rinnovare. Scrivere ciò che abbiamo sofferto e goduto, è dare alle
nostre memorie la durata della nostra esistenza. Scrivere per noi per rileggere, per ricordare in
segreto, per piangere in segreto. Ecco perché scrivo.
-“FOSCA” di Iginio Ugo Tarchetti (1839-1869)-
Quando soggiornavo in Liguria per le vacanze o anche solo per un weekend amavo alzarmi
presto, il richiamo del mare fungeva da sveglia , la schiuma della risacca idealmente sostituiva
il risvolto bianco del mio lenzuolo, il profumo di salsedine mi riportava a sequenze di film che
fecero epoca , quando , colui che giaceva privo di sensi , subiva una pronta rianimazione
olfattiva con l’ausilio dei mitici Sali . L’effetto aveva del prodigioso : in pochi istanti mi
ritrovavo a piedi nudi con i jeans rimboccati ad ammirare le mie impronte ricalcare quelle dei
gabbiani , entrambi alla ricerca di momenti di pace e solitudine in fuga dal turbine di venti e
marosi che scuotevano le nostre esistenze. In fuga , nel mio caso , da occhi curiosi , insolenti
nello scrutare la sconcertante imperfezione della mia pelle che , in quel frangente, si avvaleva
dello strumento mimetico generosamente offertomi dall’ambiente marino , la sabbia . Essa ,
terminato il bagno , aderiva al tegumento bagnato , per poi , di li a poco , drammaticamente
cadere , svelando la sottostante vergognosa nudità , mano a mano che il sole procedeva nel
suo , per me ingrato , compito. Soffrivo di una rara malattia congenita , geneticamente
trasmessa : l’ittiosi . Ero ricoperto da una corazza forgiata a partire da un’unica pezza di cuoio
. Non erano previste linee di congiunzione tra parti complementari , non v’erano giunti
“viscosi”, piani di scorrimento , zip . Tutto era rigorosamente saldato a tenuta stagna .
Sarebbe potuta essere una muta antiproiettile se l’ironia della sorte non l’avesse , in realtà ,
trasformata in un colabrodo ricettacolo di possibili infezioni penetrate dall’esterno.Infatti,ad
ogni movimento risoluto del corpo,faceva seguito una tensione superficiale quasi sempre non
tollerata per assenza di elasticità che si traduceva in una linea di frattura,un solco, più solchi ,
come quelli che delimitano le zolle marmorizzate di un campo vittima della siccità ,o i tasselli
del craquelé di un quadro antico . Peregrinai per tutta la riviera ligure cercando un posto che
mi fosse congeniale . Evitai Porto Venere , il contrasto sarebbe stato eccessivo ; provai coi
Santi , chissà , poteva sempre accadere un miracolo . In fin dei conti Santo Stefano fu lapidato
, subendo sulla sua pelle le ingiurie maggiori e San Bartolomeo venne scorticato , tant’è che in
fondo al duomo di Milano se ne va in giro con il suo scalpo “total body” tenuto sulle spalle
come si farebbe passeggiando con uno spolverino in una tiepida serata primaverile. A Sanremo
non mi soffermai , dava già abbastanza : il miracolo della sopravvivenza del festival della
canzone si ripeteva ogni anno . Mi sarebbe stato più congeniale e salutare Ospedaletti , ma di
sabbia , quasi non serbava traccia . Optai per Noli : suonava come l’incipit di un monito , e ,
nel mio caso , calzava a pennello : “Noli me tangere”. Fu in una di quelle fughe che m’imbattei
in un gozzo alla deriva senza ormeggi ; la spiaggia era deserta e la luce timida dell’aurora
sembrava imbarazzata al cospetto della luna e della mia pelle , tanto da arrossire . Il tempo
sembrava sospeso ed il baluginare in bianche creste del moto ondoso creava effetti psichedelici
capaci di coinvolgere nel suo beccheggio anche la barca : percepivo la presenza a poppa
dell’ombra di un nocchiero , forse un fantasma , una sorta di fantoccio che , anziché orientare
il timone secondo il suo volere, ne subiva i capricci oscillatori , sfrontati al punto di imporgli
una completa rotazione su se stesso : una folle danza a zig zag , a pelo d’acqua , scandita dal
canto delle sirene , un lamento emesso da creature ammalate di ittiosi proprio come me . Mi
avvicinai circospetto svelando la cruda realtà : quella sagoma che a distanza pareva un
fantasma non era altro che un cumulo di reti da pesca sormontate da un telo svolazzante ,
scambiato per mantello . Il contenuto della barca era prevedibile in tutti i dettagli : si trattava
di un gozzo da pesca con l’attrezzatura dedicata , comprensiva dello strumento da cucina , nel
mio caso , da tortura , per desquamare il pesce . Ma ad un esame più attento , un particolare
attrasse la mia attenzione : sotto il telo , tra le reti , spuntava la sagoma di un libro imbrunito
perché chiazzato di umidità salmastra .La curiosità prevalse sulla discrezione e , in men che
non si dica , me lo trovai aperto tra le mani in corrispondenza delle pagine centrali da cui
faceva capolino una cartolina a guisa di segnalibro : si trattava della riproduzione di uno dei
famosi , enigmatici , baci di Magritte con i volti coperti da un velo come a voler celare
un’imperfezione , uno sfregio , una cicatrice deturpante , un’identità imbarazzante . Sulla
copertina mancava un titolo , ma indovinai trattarsi di una silloge di racconti autobiografici , di
un diario tragicomico , di una prosa divertente venata di autoironia ; quel capitolo recava un
incipit curioso , impossibile resistergli : “Il canto delle sirene”.
Il protagonista senza tempo era Odisseo. La trama, liberamente tratta dal poema omerico,
narrava le vicissitudini di un uomo affetto da una terribile malattia congenita che la moderna
dermatologia avrebbe classificato come ittiosi lamellare : una sorprendente , forse non casuale
, coincidenza ! Egli vagava nel mediterraneo alla ricerca di un rimedio alla sua malasorte .
Ovunque approdasse , in quello che allora rappresentava il mondo conosciuto , la spiegazione
fornitagli era sempre la stessa : la volontà del Fato o l’essere inviso ad una qualche divinità
dell’Olimpo . Il rimedio era proposto all’unisono , coralmente : un sacrificio a Zeus , a Minerva ,
a Marte , o , curiosamente, andando controcorrente , un dispetto ad Apollo . Le attenzioni
erano rivolte soprattutto a quest’ultimo , per via della bellezza celebrata “Per antonomasia” e
per le vicende occorse a Marsia che osò sfidarlo nel canto e nell’espressione musicale . La
punizione inflitta da Apollo fu la completa scorticatura del rivale . Il sacrificio di Marsia divenne
motivo di ispirazione per i grandi pittori della classicità e le più celebri rappresentazioni del suo
mito campeggiano nelle sale delle più rinomate pinacoteche . Odisseo ebbe l’idea di provocare
le ire di Apollo. Progettò di procacciarsi i favori della musa Euterpe che gli poteva affidare il suo
flauto per una intera notte col mare in bonaccia . Ma egli non attuò il suo proposito in virtù
della considerazione che , una volta decorticato , non avrebbe avuto certezze su come sarebbe
rinata la sua pelle. Occorreva ingraziarsi i favori di una seconda divinità per portare a
compimento l’agognata muta . Una divinità incurante di procurare un disappunto ad Apollo che
avrebbe visto la sua punizione non solo vanificata, ma trasformata in una metamorfosi degna
dei migliori versi di Ovidio . Odisseo proseguì la sua erratica peregrinazione marina
appropinquandosi allo stretto di Messina , dove , tra Scilla e Cariddi incrociò Aci e Galatea , e
conobbe le ire di Polifemo tradursi in piccoli Tsunami capaci di innescare una sorta di
Talassoterapia ante litteram . Poteva trarne beneficio , ma , nella realtà , il sollievo risultò
effimero . Odisseo si sentì un“Nessuno” ed il suo disappunto costò caro a Polifemo che pagò la
sconfitta con la perdita dell’unico occhio della sua testa . La tappa successiva evocò un ricorso
a quella che al giorno d’oggi si sarebbe chiamata “l’altra medicina”, fatta di espedienti tra il
fantasioso e lo stregonesco .Il Nostro incontrò la maga Circe rischiando un aggravamento della
sua condizione : la trasformazione del sottocutaneo in cotenna porcina , buona solo a dar
lustro ad una zuppa di fagioli in una sagra paesana. Uno spiraglio di luce si palesò nell’incontro
con la leggiadra Nausicaa , le cui ancelle si presero cura di lui una volta naufragato sul suo
litorale . Ne detersero la pelle e ne curarono l’aspetto con oli e lenimenti naturali . Nacque una
storia d’amore tra i due ed il Nostro ebbe modo di provare , sulla sua pelle , il beneficio
derivante , in qualsiasi condizione morbosa , dal trovarsi in una situazione psicologica
favorevole , vivendo esperienze gratificanti e godendo delle amorevoli attenzioni di un
premuroso care giver . Il “pomiciare”con Nausicaa , nascosti tra gli anfratti di quella costa
rocciosa , grazie alle virtù della pietra pomice , risultò taumaturgico per il suo tegumento .
Proseguendo la navigazione alla volta dell’agognata Itaca , Odisseo venne fagocitato con la sua
imbarcazione in un tratto di mare somigliante al triangolo delle Bermude . Un forte
magnetismo costringeva i naviganti ad una sosta imprevista per assistere ad una sinfonia
degna del maggio musicale fiorentino : una versione per coro e orchestra dei Carmina Burana ,
del Bolero di Ravel o di Sadness degli Enigma . Il coro era costituito da una folta schiera di
sirene appollaiate sui faraglioni circostanti . La tradizione raccomandava di non ascoltare quella
melodia intessuta di poteri magici capaci di ammaliare l’uditore rendendolo vittima di un
pericoloso sortilegio . Si rischiava di perdere la volontà ed il libero arbitrio : un rapimento
mediatico dall’esito infausto . Odisseo volle sfidare la sorte che era da sempre in debito con lui
. << Nella mia situazione , tanto peggio tanto meglio >> , pensò . << Potrei essere rapito ,
sconfinare verso l’ignoto , essere trasportato in una nuova dimensione , approdare in un nuovo
mondo , diventare cittadino di Atlantide ; trasformarmi in un sirenide , abitante degli abissi ;
svegliarmi dugongo , con la pelle liscia e le estremità pinnate , ma , comunque levigate . Nella
peggiore delle ipotesi , diventare una chimera : parte superiore di uomo e inferiore di pesce .
Avrei almeno dimezzato la mia infermità , conformandomi alla morfologia delle sirene >> . I
membri del suo equipaggio osservarono la tradizione omerica , legandosi l’un l’altro agli alberi
del veliero , avendo adempiuto in precedenza alla raccomandazione di farsi colare nelle
orecchie cera fusa , privandosi dell’udito . La melodia iniziò a spandersi dapprima a pelo
d’acqua , lievitando poi verso il cielo al progressivo sopraggiungere degli acuti via via che il
pentagramma andava dipanandosi . Odisseo trasecolò nell’assistere al realizzarsi della
metafora pocanzi affiorata alla sua mente : le note fuoriuscivano dalle maglie del
pentagramma musicale come i pesci guizzanti dall’intreccio della rete mano a mano che questa
veniva issata a bordo dopo una notte di pesca a strascico . Tra quelle maglie egli scorse
numerosi ippocampi che , al diffondersi del canto , subivano una meravigliosa metamorfosi :
dotati di appendici alate spiccavano il volo liberi e leggiadri come cuccioli di Pegaso . La stessa
cosa accadeva ai pesci : le squame argentee divenivano morbide piume , le pinne candide ali .
Le giovani sirene nel riemergere , riacquistavano le ali originali che nella mitologia erano
andate sacrificate dopo l’esito nefasto della sfida intrapresa col le muse . In quel mirabile
succedersi di apparizioni , Odisseo individuò la figura del suo alterego subire identica
metamorfosi , completamente risanato nel suo nuovo tegumento piumato . Il sogno di una
possibile guarigione si avverava : dai fondali sconosciuti , dallo scandagliare le origini della vita
, dall’ignoto , ch’èra tale solo in apparenza , finché non veniva esplorato , affiorava la
meravigliosa attitudine di creature “staminali” dalle multi potenzialità . Quella rete brulicante di
vita intrappolata da un Fato patrigno si schiudeva al recidersi di quel filo serrato al collo come
cordone ombelicale . Le sue cellule operavano il miracolo di generare una nuova vita priva di
patologiche imperfezioni .
***
Terminata la lettura , foschi presagi affioravano alla mia mente . La scena non contribuiva a
diradarli . Il candore statico di quel lenzuolo calato sui volti evocava in me fantasmi ; rischiavo
di rivivere le vicende tragiche di Magritte , un genio dell’arte pittorica che , da adulto , imparai
ad apprezzare . La sua arte venne sensibilmente influenzata dalle vicende personali e molti dei
suoi quadri ne sono testimonianza ; la scena drammatica del ripescaggio del cadavere della
madre con il capo coperto dalla veste , lo ossessionò per anni . Diversamente da Magritte
riuscivo a scorgere nello specchio rinvenuto al fondo dello scafo i lineamenti del mio volto in
trasparenza . Pensai al lieto fine del racconto riuscendo a mitigare l’immagine sinistra del
lenzuolo . Afferrai il segnalibro , l’osservai attentamente da varie angolazioni come si è soliti
fare con quelle cartoline “magiche” che racchiudono due versioni dello stesso soggetto al
mutare dell’angolo di incidenza della luce : quella fantasia esercitava su di me un fascino
misterioso. Socchiusi gli occhi . Nella mia mente , quel lembo di lino bianco veniva sfilato ed i
miei lineamenti apparivano nitidi , lisci , purificati ; le mie labbra impattavano la guancia di una
sirena in un bacio , ne avvertivo la levigata freddezza mentre un brivido percorreva la mia
schiena …Lo specchio rifletteva il mio affabile nuovo sorriso , mantenuto intatto , qualunque
fosse la sua inclinazione .
***
Quando aprii gli occhi , il libro giaceva aperto sulla barca ; la brezza marina scompigliava
l’ordinato , baciato sovrapporsi delle pagine , mettendo in atto un loro rapido sfogliarsi , uno
spettinarsi arruffato: una mano invisibile si affannava nella nervosa ricerca di un paragrafo , di
un riferimento , di una frase , mentre rivoli di sabbia , come provenienti da una vecchia
clessidra sbreccata , s’intrufolavano tra le pagine a renderne più stagionato e , a modo suo ,
più accidentato , lo svolgersi della trama . Trasalii nel percepire un lieve spostamento d’aria ,
un repentino movimento serpiginoso sulla spiaggia , il guizzo di un’ombra effimera che
raggiungeva il suo epilogo in un leggero tonfo nello specchio d’acqua marino antistante : un
suono acuto e melodioso inondava le mie orecchie , la mia mente ne fu rapita. I cerchi
divergenti che si susseguivano concentrici sulla superficie del mare mi ipnotizzavano in uno
stato di intensa e struggente nostalgia intriso di attesa per qualcosa di indefinito che stava per
sopraggiungere , veicolato da quel lieve moto ondoso : chissà !? Forse un messaggio in una
bottiglia , un invito intrigante , la mappa sottomarina di Atlantide , la ricetta d’una nuova cura
per le malattie rare , il percorso segreto per accedere al regno delle Sirene …?
***
P.S. “Avevo riportato dalla spiaggia quel libro, una impercettibile striscia di sabbia tracciava il
mio percorso a ritroso ; lo appoggiai sulla ribaltina dello scrittoio .
Il mio sguardo si posò sugli scaffali sovrastanti dove , particolare quanto mai misterioso , notai
che la mia vecchia clessidra s’era rotta ; sul piedistallo un monticello di sabbia , nei ripiani
inferiori altri piccoli cumuli di altezza decrescente al diminuire della distanza da terra . Mai
come in quella circostanza mi resi conto della veridicità dell’antico motto latino : “Tempo fugit”.
Mi pesava trovarmi quel libro in casa : mi dava l’impressione di conservare indebitamente un
segreto…, anzi , a ben pensarci due , perché , ora ne sono certo , ne ho le prove :
<< Le sirene esistono davvero e l’ittiosi si può guarire !!!>> .