Rapsodia in giallo con papillon
La vita intensa. Racconto fatti veri, accaduti a me, nella città di Milano. Questa narrazione - la quale comprende tutte le avventure che mi sono occorse una mattina, tra le 12 e le 12.30, andando da via san Paolo alla Galleria - potrà sembrare troppo complicata a quanti sono capaci di andare da casa alla trattoria senza incontrare nulla che sia degno di essere raccontato.
Eppure questa è una storia vera. E io non la scrivo per quegli uomini troppo semplici.Per contro, essa sembrerà troppo semplice ai lettori dei divini romanzi di Dumas, i quali certo esigeranno che, andando da via San Paolo alla Galleria tra le 12 e le 12.30, io dovessi incontrare almeno tre o quattro duelli, come avvenne al compianto moschettiere D'Artagnan nel romanzo che prende il nome dagli altri tre. E parrà insulsa addiritura agli ammiratori dei seccantissimi romanzi di Bourget, che per ogni mezz'ora di vita dei loro personaggi analizzano almeno venticinque movimenti psicologici principali e un centinaio di vibrazioni psichiche accessorie. Eppure questa storia è vera così. E io non la scrivo per quegli uomini troppo complicati. (MASSIMO BONTEMPELLI)
Un tram tutto giallo percorreva sferragliando i giardini attorno al Castello Sforzesco in una calda domenica del mese che più di tutti è incline al giallo, Giugno. Un bambino in calzoncini corti inseguiva una farfalla armato di retino; la mamma, un po’ in affanno, lo teneva d’occhio intuendo il pericolo rappresentato dal sopraggiungere del convoglio: il soggetto giusto per la tela di un pittore chiarettista. La farfalla procedeva zigzagando, tentando di sfuggire a quella sorta di duello a mezz’aria, intrapreso dal fanciullo come se tra le mani brandisse una spada modello guerre stellari, anziché quell’arnese un po’ retrò, avvolto da un tenue alone di romanticismo, modello “piccolo mondo antico”. L’inseguimento procedeva nonostante i richiami della signora Ada, la cui apprensione cresceva con l’incrementarsi della sua distanza dai protagonisti. La farfalla anelava ad una sosta per recuperare le forze. L’unica risorsa a cui poteva attingere era il mimetismo. Il giallo delle ali, ahimè, veniva esaltato dai raggi del sole, spiccando sfrontato sullo sfondo verde del parco: difficilmente sarebbe passata inosservata. I meravigliosi ocelli, collocati con mirabile simmetria nel settore più ampio dei due padiglioni alari, ammiccavano in una sfumatura cerulea, più intriganti che minacciosi. In quel contesto urbano la natura appariva sacrificata. Non vi erano fiori di tonalità affine sufficientemente grandi da rappresentare un adeguato approdo, non vi erano tronchi di palma a esibire screziature dorate tra cui potersi intrufolare. Divenne impellente l’esigenza di scovare nei pressi una superficie con le caratteristiche adatte ad assecondare quel perentorio istinto di sopravvivenza. Il controviale della piazza nei giorni di festa pullulava di bancarelle, chioschi e giostrine. Le prime esponevano ogni sorta di paccottiglia priva di qualsiasi utilità: una fiera dei “ciapa puver”, una versione in tono minore del mercatino degli “O bei O bei”. La farfalla, leggiadra e sospesa come un batuffolino di polvere, sposò quel ruolo, incurante della folcloristica espressione di biasimo in vernacolo. Atterrò dapprima su di un vassoio in ottone cesellato al bulino secondo il gusto della tradizione magrebina, poi sul modellino dorato di una gondola veneziana made in China, infine sulla oscillante sfericità di un palloncino giallo al centro di un folto conglomerato di suoi simili dai mille colori e dalle mille forme, trattenuti a guisa di gigantesco mazzo di fiori e zavorrati da un sacco di juta riempito di sabbia gialla. Il ragazzino non si perse d’animo e, sfuggito al controllo della madre, si intrufolò nei meandri di quel chiassoso allestimento a metà tra un bazar meneghino, un luna Park e il paese delle meraviglie. Cercò di non farsi sfuggire la preda, ma erano così tante le fonti di distrazione, che le sorti sembravano volgere in favore del lepidottero. Luigino fu ammaliato dal ghiotto tripudio di colori e aromi della bancarella dei dolci: diretta emanazione del cilindro di Lucullo, il più ricco caleidoscopio di bon bon che si potesse immaginare. Afferrò la paletta messa a disposizione dei clienti e, munitosi di un canestro, fece incetta di variopinte leccornie come avrebbe fatto dei tubetti di colori a olio il pittore incaricato di una rappresentazione iperrealista del mercato della Vucciria a Palermo, sul modello del noto quadro di Guttuso. Appagata la pulsione della gola, restava intatta quella ludica e, più che mai, la sete d’avventura. La bancarella attigua faceva sfoggio di armi giocattolo e di ogni sorta di diavoleria robotica, ma i soldini della paghetta settimanale facevano difetto ed egli si limitò a un’incetta un po’ mortificata, dedicata a colmare gli scaffali della fantasia e del desiderio in attesa di una futura realizzazione. La farfalla, ristorata da quel meritato intermezzo, aveva riacquistato l’originario vigore e ne faceva sfoggio con un’aerea danza tutta improntata su espedienti mimetici, dove il giallo diveniva una coreografia monocromatica senza soluzione di continuità. Quando Luigino se ne avvide, il lepidottero aveva scelto come pista di atterraggio la sommità del giallo turbante di Alì, un corpulento signore egiziano dalla carnagione olivastra che, nella sua sahariana sfarzosamente drappeggiata in tessuti dorati e costellata di sfavillanti monili , piantonava l’ingresso al magico stand della Sfinge: uno Stargate a foggia di arco moresco ma, nella realtà, una gigantesca insegna psichedelica all’ingresso di un padiglione al cui interno venivano proiettati film in 3D straripanti di effetti speciali. Non appena il ragazzo si diresse con disinvoltura e determinazione a caccia della sua preda, questa spiccò il volo verso l’unica via di fuga fuori dalla portata del suo retino, varcando lo Stargate nel preciso momento in cui la ciclica successione dei colori virava al giallo. Luigino d’istinto fece per seguirla, ma, in quel preciso istante l’insegna arrossì e, nel contempo, il muscoloso braccio di Alì gli si parò innanzi a sbarrargli l’accesso con la perentorietà e l’efficacia di un passaggio a livello. Fortuna volle che, proprio in quel frangente, la signora Ada, trafelata per la rincorsa e l’apprensione salita alle stelle, lo raggiungesse, giusto in tempo per levarlo d’impiccio. Infatti, dopo una eloquente e concitata prolusione di rimbrotti all’indirizzo del figlio, si affrettò a placare l’esagerato disappunto di “Alì Babà”, che, magicamente ammansito dal profumo di una banconota da 10 euro, pronunciò il fatidico “Apritisesamo”, passepartout corredato di occhialini rossi per l’esaudirsi dei sogni in 3D. Ma Alì, oltre la furbizia, tramandatagli geneticamente, dimostrò in quel frangente un innato intuito psicologico che applicò all’istante. Avendo a disposizione sul suo banchetto una ricca dotazione di amuleti, ciondoli e portafortuna di varia foggia, suggerì ai nostri improvvisati visitatori di dotarsi, al modico prezzo di 5 euro l’uno, di uno di essi, avendo attribuito loro virtù magiche da poter sfruttare una volta entrati. La donna a quel punto era come anestetizzata dall’emozione per la ricongiunzione al figlio e per lo scampato pericolo; non avrebbe obiettato più di tanto a quel piccolo sovrapprezzo per un ticket di riappropriazione della felicità. Luigino scelse uno scarabeo d’oro appeso a un cordoncino di caucciù a guisa di ciondolo, la mamma preferì una coccinella. Lo spettacolo ebbe inizio; si trattava di una riduzione cinematografica, con ricco mix di effetti speciali, tratti dalla Mummia 1 & 2 e dalla serie di Indiana John. La farfalla, data ormai per dispersa, manifestò la sua ritrovata presenza attraversando il fascio di luce del proiettore. Il risultato fu sbalorditivo: il suo profilo assunse le dimensioni di un albatros spinto dal ghibli in un vortice di sabbia dorata che l’inghiotti come potrebbe capitare a un chicco di mais caduto in un paiolo di polenta durante la cottura. Il cortometraggio proiettato nell’intervallo venne particolarmente apprezzato dalla signora Alda: si trattava di una moderna realizzazione dell’Istituto Luce sul modello dei classici Cinegiornali in voga quand’era adolescente. Il titolo “Una città in giallo”, proponeva una carrellata di videoclip e spot nei quali il connubio tra Milano e quel colore ne costituiva il leitmotiv. Una mannequin dal trucco sfatto esibiva un abitino giallo di D&G, giungendo in piazza del Duomo a bordo di un taxi, reduce da una notte in discoteca al “Sottomarino Giallo”. L’auto procedeva spedita attraversando gli incroci sul filo del giallo e, nei pressi di corso Buenos Aires, sostava a fare il pieno in una stazione carburanti, al riparo della cui pensilina giallo Agip, trovava riparo dalla pioggia e il conforto di uno scodinzolante cane a sei zampe. Era l’8 marzo e, alla fascinosa cliente, il gestore offrì un mazzetto di mimosa, griffata Eni. Una vecchia zitella, che di giallo possedeva solo dei fiori di zucca debordanti dalla sporta della spesa e la bolletta Italgas, la osserva con un’espressione sempre più intonata a un giallo gelosia in grado di non farla sfigurare nell’unica sua possibile collocazione degna di una qualche notorietà in città: il locale museo delle cere alla stazione Milano centrale. Nella sala d’attesa di quest’ultima, un impeccabile uomo d’affari esibiva un’espressione imperturbabile nonostante scorressero dinnanzi alle sue lenti bifocali le animalesche performance di una borsa valori in vertiginoso saliscendi tra toro e orso nel grafico al centro del paginone finanziario, giallo ocra, del sole24ore. Nel frattempo in galleria era un gran pullulare di persone in gara a occupare i tavolini dei de hors di bar e ristoranti. Qualcuno si concedeva il piacere di un aperitivo: spiccava l’etichetta gialla del Bianco Sarti in compagnia di stuzzichini al tonno e carciofini. Poco più in la gialle forchettate di risotto allo zafferano si levano fumanti tra i commensali radunati in galleria, l’olimpo meneghino, a celebrare un aureo pasto. S’intuiva come l’ambrosia, cibo degli dei, vantasse legami con la tradizione gastronomica meneghina, una versione profana del rito ambrosiano. A fine pasto qualcuno ordinava del melone o una fetta di torta bertuldina con farina gialla, in apparenza non troppo dissimile da una portata, un po’ più plebea, di pulenta, merlus e gurgunzola ordinata in trattoria. Gli schermi TV dei locali erano invasi dalla pubblicità prenatalizia: protagonista una gialla fetta di panettone Motta-Alemagna gustata in famiglia dopo aver scartato il soffice dolce della tradizione dal cellophane e dall’imballo di cartone a tronco di piramide recante il giallo logo del Duomo stampigliato a centro etichetta. Uno spot successivo celebrava una serata festosa conclusa sulle note di “bandiera gialla” e di “yellow sub marine” all’Isola di Wight, il locale dei Dick Dick a Buccinasco, alle porte di Milano. Il trillo del cellulare di Ada fece sobbalzare madre e figlio; quest’ultimo istintivamente afferrò il ciondolo strofinandolo. Come d’incanto la magia si avverò: entrambi si librarono in volo sulla scia della farfalla, più che mai risoluta ad attuare la miglior performance di mimetismo giallo per le strade di Milano per sfuggire loro. Ada colse al volo da un vu cumprà un ombrello giallo, improvvisandosi Mary Poppins; il cellulare non smetteva di suonare: Carlo, suo marito, li aspettava per una cenetta al ristorante. << Arriviamo in un batter d’occhio! >> fu la sua replica convinta. L’aria su Milano era tiepida, il sole tramontava accarezzando coi suoi raggi il profilo dorato della Madunina; Carlo viaggiava sulla linea 2 del metrò immerso nella lettura di in un giallo Mondadori, sulle cui pagine si proiettava, a tenerlo desto, l’ammiccante riflesso delle luci al neon delle stazioni, evocazione dello sfarfallio prodotto dagli ultimi fotogrammi dei vecchi film in celluloide prima del cambio di “pizza”tra un tempo e l’altro. Arrivarono tutti e tre puntuali all’appuntamento. Entrarono nella piccola, ma accogliente trattoria; pochissimi i coperti, 6 tavolini tutti prenotati: tovaglie oro su fondo bianco, a centrotavola un vasetto ospitava un girasole, sul loro sostava una farfalla. Si accomodarono e subito arrivarono pane, grissini e verdurine grigliate; per l’olio l’attesa si protrasse ad arte: bisognava chiederlo, era un rito, un omaggio a Tano, il titolate della trattoria “TANO PASSAMI L’OLIO”. Lo schermo Rai mostrava una distesa di messi mature punteggiate di papaveri rossi. La farfalla architettò l’ultimo espediente mimetico andandosi a collocare nel cantuccio dello schermo riservato al logo Rai, ma, proprio in quell’istante, lo zapping la condannò: la conversione dell’immagine sullo schermo fu pressoché istantanea nel fare apparire canale 5 Mediaset con il suo logo, il biscione, che ne fece un sol boccone. A tramonto inoltrato, gli ultimi raggi di sole inondavano quell’intima atmosfera di riflessi aurei, impreziosendola, mentre, all’esterno, il traffico impazzava caotico più che mai, insinuando nella mente di un forestiero, l’interrogativo: << Ma come faranno i milanesi, a perpetuare il culto della puntualità? Boh! E’ proprio un giallo!>>