
Ogni mattina mi svegliavo di pessimo umore, più stanco di quando mi ero coricato e, fin qui, nulla di strano: lo sentivo dire svariate volte dalle persone più disparate incontrate sull’autobus, in coda alle casse dei supermercati, carpendo scampoli di dialoghi sulle panchine dei parchi. La mia era una stanchezza infinita, un’apatia, una noia che mi assaliva alle pendici del calvario di ogni nuovo giorno. Non ero ipocondriaco, non attribuivo affatto quel mio stato a una malattia fisica, a un tumore in agguato, a un’infezione sorniona dal lunghissimo periodo di incubazione. Ero perfettamente consapevole che si trattava del “male di vivere”, di una depressione che ciclicamente mi coglieva, impedendomi una visione appagante e serena della vita. Tutti mi dicevano: <<Devi reagire, solo tu puoi invertire la rotta; pensa positivo! Non ti manca niente: non hai problemi economici, possiedi una casa, un lavoro, sei una bella persona. Se ti volgi indietro, vedrai una miriade di situazioni tragiche, disperate, senza via d’uscita, eppure, non per questo, tutti quei disgraziati si lasciano morire. Tu, nei loro confronti, sei un fortunato!>> e dopo una breve pausa volta a recuperare il fiato, rincaravano la dose: << Devi uscire, coltivare interessi, frequentare persone! Solo tu puoi guarire, con la forza di volontà! Commiserarti e piangerti addosso non ti serviranno a nulla! I medici possono darti buoni consigli, ma poi tutti quei calmanti che prescrivono ti renderanno un drogato, schiavo delle medicine. Dobbiamo essere noi, per primi, i veri medici di noi stessi!>>. E qualcuno, perfettamente calato nel ruolo materno, aggiungeva: <<Mangia cibi più nutrienti: un ovetto fresco, magari sbattuto al marsala, ti farà meglio di tutte quelle dannate gocce!>>. Non si rendevano conto che, a conclusione di ogni loro “sparata”, il mio stato d’animo ne usciva ancora più frustrato ed avvilito. Quelle raccomandazioni si presentavano come un ritornello la sera prima di addormentarmi e nei precoci risvegli nel cuore della notte. In particolare quell’immagine dell’uovo mi assillava. La fragilità del guscio lo rendeva affine al mio stato; la sua impermeabilità identificava il mio isolamento, l’incomunicabilità; la viscosità collosa dell’albume esprimeva l’inerzia dei miei movimenti; la facile deperibilità del tuorlo, la mia effimera resistenza alle aggressioni ambientali. Vedevo uova ovunque e, pian piano, il desiderio di una cova si faceva sempre più impellente, essenziale e salvifico. Iniziai a cercare uova nelle illustrazioni delle riviste, nelle pubblicità, su internet, nell’arte. Questa ricerca caparbia e ostinata, meglio definibile in linguaggio psichiatrico, ossessivo – compulsiva, divenne un giorno, terapeutica. Fu nel corso di quelle ricerche iconografiche che m’imbattei in un quadro di Renè Magritte capace di sovvertire tutte le mie precedenti teorie sull’uovo. Quel quadro rivelava tutta le potenzialità di un’entità solo apparentemente banale e di poco prezzo. Giaceva sul ripiano accanto al cavalletto del pittore nel ruolo di modello per una rappresentazione classificabile tradizionalmente come “natura morta” ma che, nella fattispecie, si traduceva sulla tela in “natura viva”, più che mai viva, colta nell’azione potenzialmente più vitale: il volo. Infatti, l’uccello adulto ritratto sulla tela non abbozzava passi incerti da pulcino, ma spiegava le ali come stesse volando, o meglio frustava l’aria come fosse sul punto di atterrare. Quel piccolo uovo racchiudeva un patrimonio di energie inespresse che, attraverso l’arte, riuscivano a superare il guscio e manifestarsi. Quanti esempi profetici esistono in tal senso, basti pensare a Van Gogh, a Munch, a Ligabue, per restare nel solo ambito della pittura. In un altro dipinto di Magritte scorgevo in primo piano delle uova adagiate in un nido apparentemente abbandonato ai piedi di una catena montuosa che incombeva minacciosa. Tuttavia, osservando più attentamente, quella maestosità sullo sfondo si rivelava il profilo di un uccello adulto con le ali spiegate: una siluette rassicurante, protettiva, materna. L’apparenza inganna! Sembrava mancare la cova quando, in realtà, la terra stessa, i raggi del sole, la natura circostante, svolgevano la missione genitoriale nel migliore dei modi, in una sorta di abbraccio universale. In effetti, in una tela successiva, quello stesso nido appariva sorvolato da un uccello il cui corpo era talmente etereo da essere formato di nuvole bianche: forse le stesse abbracciate pocanzi, quand’era catena montuosa e si stagliava alto, in un cielo a pecorelle, rivestendo per quelle creature la missione di recinto, meglio di ovile. Mi sentivo bene, volevo fare tante cose: uscire, intraprendere nuove attività, chiacchierare, scrivere, conoscere gente, volare…Era tutto forse un po’ eccessivo. Ero passato da un estremo all’altro. La loquacità era sfociata in logorrea, la generosità in prodigalità, l’entusiasmo in maniacalità. Ero giunto a un paradosso: stavo bene, ma qualcuno sosteneva che anche questo stato era patologico al punto da essere definito bipolare. Mi soccorse ancora una volta Magritte che, nel suo quadro raffigurante una pipa enorme, osava scrivere la didascalia: “Ceci n’est pas une pipe!” ed io, prendendo a prestito l’iconografia di Munch, su una stampa del suo celebre “Urlo”, iniziai a scrivere “non sono mica malato!Questo è un sussurro, un bisbiglio!”. Appendevo poi quel poster nella mia camera come monito. Facevo lo stesso su altre stampe famose scrivendo quel mio motto in francese o in inglese secondo la nazionalità dell’autore. Approdai alla pittura di Salvador Dalì, ritrovando un uovo a rappresentare la mia metamorfosi: quello del famoso quadro intitolato “Bambino geopolitico osserva la nascita dell’uomo nuovo”. Una rappresentazione più sofferta rispetto a Magritte, dove la schiusa del guscio serbava una valenza traumatica, rappresentata dall’evidente goccia di sangue sprigionata a margine della linea di frattura dell’involucro. La tensione emozionale della nascita era palese: un vero e proprio travaglio. Unico attore del processo, era “l’uomo nuovo”, impegnato con tutte le sue forze a tentare l’uscita dal guscio; l’unica sorgente di energia proveniva dall’interno dell’uovo: non esisteva un utero votato a spremerne la fuoriuscita, non esisteva una madre attiva nel partorirlo. Mi trovavo di fronte alla “natura matrigna” di leopardiana memoria. Mi sovvennero i commenti di quand’ero depresso: << Devi uscirne da solo, nessuno può risolvere la situazione, tranne esprimerti parole di conforto!>> Eccomi finalmente fuori, “en plein aire”, alla luce del sole, anzi, ero diventato io stesso il sole come, ancora una volta, ben rappresentato dall’arte di Dalì, sempre con il leit motiv dell’uovo. Esso era cresciuto fino a occupare il centro del paesaggio. Era diventato un uovo maturo, oserei dire “sodo” che, alla schiusa, mostrava una perfetta simmetria dei due frammenti, una giustapposta compenetrabilità dei margini, una ritrovata armonia: oserei dire un equilibrio di coppia. Il tuorlo era diventato il sole, esso risplendeva al centro dell’orizzonte del nuovo mondo con luce ed energie reinventate: quelle dell’uomo risanato. A questo punto il problema diventava: evitare l’insolazione, la scottatura, il colpo di calore, perché, di troppo sole, si può morire! Ecco allora sopraggiungere l’ombrello della terapia, rappresentata dall’espressione artistica o letteraria. E, per restare legati al nostro filo conduttore, uno di quei due frammenti di guscio si prestava perfettamente allo scopo: una volta prelevato il robusto stelo di un girasole e fissatolo a mo’ di asta al centro della concavità, si riusciva a realizzare un perfetto ombrellone con tanto di vezzose frange, sotto il quale sostare conversando e, perché no, scrivendo poesie in piacevole compagnia di Alda Merini. Trovato il giusto equilibrio tra i due poli opposti, l’uovo acquisiva il significato di armoniosa perfezione, di perla, di vita, che gli sono propri e che ritroviamo emblematicamente rappresentati nella celebre pala della “Vergine con Bambino tra i santi”, di Piero della Francesca, custodita nella pinacoteca di Brera. L’uovo è sospeso al centro della scena come perla calata sulla perpendicolare discendente dalla conchiglia posta alla sommità della volta: un irresistibile richiamo alla “Nascita di Venere” del Botticelli, una volta rovesciata sottosopra la meravigliosa valva e, insieme ad essa, il suo prezioso contenuto. Anche in questo capolavoro assistevo a una nascita, con la variante della perla al posto dell’uovo: la nascita dell’armonia, della bellezza, della “Mens sana in corpore sano”. Nella mia s’insinuò come fantasia dominante il trinomio, con valenze transitive: “Uovo-nuovo/uovo-uomo /uomo-nuovo”; iniziai a scriverlo ripetutamente e ossessivamente ovunque mi capitasse. La mia dieta si arricchì, al pari delle “mie sudate carte”, di uova, al punto di rischiare la trasformazione della mia vita in una frittata: non sarei morto suicida in modo violento, bensì a causa delle conseguenze cardiovascolari di un regime alimentare ipercolesterolemico. Sulla sommità della mia tomba, al pari di quanto si può ammirare sul tetto della residenza-museo Dalì a Figueres, in Catalogna, sarebbero state poste delle uova, sulle quali, un illuso volatile di passaggio, si sarebbe potuto posare e la mia fantasia postuma si sarebbe potuta illudere trattarsi di un omaggio, con cova, alla memoria.
Ermanno Cottini